A testa in giù
Scritto da Paulo H. Tsingos   
The Commitment
La costruzione dei grandi telescopi

Gli anni passano e veniamo colti da tante cose quotidiane che ci sembrano così importanti da tralasciare l’immanente, la vera cosa, il vero obiettivo. Lascio a Voi la risposta…

Così fù che io prima ho studiato quello che mi sembrava più adatto, ovvero ingegneria civile (con lo scopo non dichiarato di poi studiare astronomia), ho iniziato a imparare tedesco come seconda lingua straniera (dopo l’inglese) e poi andando a nord ho conosciuto quella che sarebbe stata poi mia moglie.
Laureatomi e appena impiegato, avevo altri problemi più immediati come quello di guadagnare la mia indipendenza finanziaria nonché farmi una carriera perciò l’astronomia passò in secondo piano. Trasferitomi in una città più grande (e più inquinata) nemmeno le stelle si vedevano più. A parte il mio vecchio fido “Alnitak” (quello fatto a mano) ho acquistato (a rate) un telescopio “cinese” di orribile fattura che non mi ha mai dato soddisfazioni. In realtà sì, me ne ha date due, la prima il giorno che l’ho acquistato in negozio e l’altra il giorno che l’ho smontato (fatto a pezzi è il termine) per vedere se riuscivo a ricavare qualche pezzo utile (neanche uno).

Gli anni passarono e l’astronomia per me diventò un’attività teorica, solo libri e visite al planetario di Rio (allora non c’erano sezioni, lo strumento, uno Zeiss, era rotto e non c’erano fondi per rimetterlo a posto, funzionava ancora la ben fornita biblioteca dove raccoglievo dati per il mio grande progetto: lo sviluppo di un software che permetterebbe di viaggiare virtualmente nello spazio, battezzato pomposamente di ISVP (InterStellar Voyage Program).

Il programma in sé l’avevo già sviluppato a livello teorico nel mio primo anno all’università di ingegneria (1981), con i primi studi di geometria analitica e algebra lineare era un gioco da ragazzi sviluppare gli algoritmi per la trasformazione delle coordinate. Così le tre coordinate terrestri (Alpha per ascensione retta, Delta per declinazione e D per distanza in anni luce, nonché la Magnitudine apparente (m) e assoluta (M)) venivano convertite in tre coordinate cartesiane (xs, ys, e zs), si faceva lo spostamento del punto zero (sole = 0,0,0,ms,Ms) verso il nuovo punto zero (per esempio Sirius) e si riconvertivano le tre nuove coordinate (xn, yn, zn) per la nuova origine (Sirius = 0,0,0,mn,Mn). Il tutto calcolato sul allora modernissimo computer dell’università (un IBM DEC 10). Quello che mancava erano dati precisi sulle coordinate, principalmente sulle distanze in anni luce (o parsec) delle varie stelle.

Dopo alcuni mesi di ricerche sporadiche a tempo perso sono riuscito ad avere dati per circa 400 stelle e ho messo in moto il programma in modo manuale con una (allora modernissima) calcolatrice HP che faceva tutti i calcoli da sola ma era necessario inserire a mano i dati, stella per stella!

Il mio primo viaggio fu naturalmente su Alpha Centauri e nel “plottare” su una carta celeste le “nuove” posizioni delle stelle mi sono accorto che non c’erano cambiamenti particolari a meno della compagna B e del Sole che compariva in Cassiopea.

Il secondo viaggio (nuova giornata di calcoli) fu su Sirius, e anche qua, a parte qualche leggero spostamento delle stelle più vicine, il cielo sembrava abbastanza familiare.

Decisi quindi andare più lontano, su Rigel (900 anni luce dal Sole) e a parte Deneb e Polaris, quasi tutte le altre stelle di cui avevo le coordinate si erano ammucchiate in un piccolo rettangolo di cielo.

Lì ho capito che era necessaria una maggior quantità di dati, mi servivano non 400 ma 4000 stelle, oppure 40.000, meglio ancora se 400.000.

Ma a questo punto serviva una mole di dati decisamente grossa e non alla mia portata e anche del tempo di calcolo su un grosso computer, cosa di cui non disponevo in quanto studente.

Il tutto era stato quindi accantonato dopo i miei primi tre viaggi.

Eccomi allora nel 1988 al planetario di Rio alla ricerca di altri dati ma anche lì il materiale a disposizione dei “non professionisti” era decisamente poco (ma penso anche quello dei professionisti di allora).

Poi il lavoro, nella smania di voler diventare ricco, fare carriera Urania rimase “laddietro”, in fondo alle priorità e al baule dei miei ricordi, per affiorare solo nelle serate buie nella casa di montagna della nonna M. fuori Rio dove un bel binocolone 12x80 (quello del nonno O.) faceva da rima e anche al caso mio.

Quando gli ideali vengono traditi e le persone derubate dai loro sogni la vita non ha significato. Ecco che in questi momenti una possibilità di lavoro in un posto dove esiste più rispetto per la persona umana ci porta senza tanti pensieri a 10.000 km di distanza, nell’emisfero nord, dove gli inverni sono rigidi e all’incontrario, i parenti sono lontani e non disturbano più di tanto, in contropartita le difficoltà della vita a volte sono tali da qualche volta rivoltarsici contro.

Con un mio collega al nuovo lavoro parlavo della passione per l’astronomia e quando lui mi chiese perché facevo l’ingegnere e non l’astronomo io allora non seppi rispondere se non che per me l’ingegneria era come la moglie ricca che mi dava il pane, mentre l’astronomia era l’amante povera che mi dava lo svago…Non è stata una grande risposta, oggi pensandoci meglio, forse il vero motivo era che diventare un’astronomo professionista sarebbe stato deturpare un’amore da tenera infanzia e far diventare routine un rapporto che doveva essere spontaneo e non limitato a rigide tabelle, orari e forme mentali.
L’astronomo amatoriale, o dilettante o più italianamente, l’astrofilo è libero di fare quello che vuole e di pensare liberamente non dovendo accettare passivamente di dedicarsi a questo o quel settore della scienza o seguire questa o quella corrente di pensiero. La libertà porta alla scoperta di nuove realtà laddove i limiti della scienza ufficiale non permettono di avventurarsi senza conseguenze professionali (radiazioni, divieti, perdita del posto di lavoro o di ricerca). Halton Arp docet!

Oltre trent’anni dopo l’inizio della mia “carriera” di astronomo (amatoriale) con le risorse che sono disponibili oggi giorno, possiamo fare dal cortile di casa (o da qualche altura non inquinata) ricerca seria tanto da competere con i professionisti per il solo fatto che noi, dilettanti non siamo imbrigliati da schemi, tabelle e tempi ristretti di lavoro al telescopio, oltre al fatto che quello che per taluni è lavoro per noi è solo piacere e abbiamo immenso piacere nel faticare la notte anche dopo giornate di duro lavoro mentre le cosiddette persone “normali” si annullano davanti a televisori che accendono programmi e spengono i cervelli!
Perché dobbiamo produrre e correre come matti senza mai arrivare a realizzare i nostri veri sogni che rimangono tali in quanto puntualmente rimandati ad’un indomani che non arriva mai e nessuno ci garantisce che mai arriverà? Siamo come l’asino che insegue la carota appesa davantia sé e non la raggiunge mai…

Nel buio autunno (settentrionale) del 1997 la nascita del secondo figlio e in più una burrascosa vicenda lavorativa misero una serie di punti di domanda nella mia testa. La sveglia suonò prepotentemente entro l’anno successivo con la (quasi) mortale malattia di L. che ha avuto l’effetto di destarci a tutti sul senso delle nostre vite senza senso.

Il mio buon vecchio “Alnitak” si era perso nella polvere del tempo e di lui altro non era rimasto che il ricordo in me. Perciò ero deciso a rimettermi in discussione prendendo (acquistando o costruendo) un nuovo telescopio, stavolta “vero”, grosso, con i miei propri (limitati) mezzi finanziari.

Mentre pensavo ho preso un piccolo Schmidt-Cassegrain da 80mm in un mercatino tanto per allenarmi e rimanevo indeciso se acquistarne uno già “pronto” o farmi uno ex-novo (per risparmiare). Ripresi ad acquistare S&T e nella rassegna dei libri mi sono imbattuto nel “The Dobsonian Telescope: A Practical Manual for Building Large Aperture Telescopes” di David Kriege & Richard Berry, via internet l’ho acquistato (il libro) direttamente dall’editore americano.
Il libro arrivò proprio verso la fine di luglio, così che passai il mese di agosto a leggerlo e a pensare tanto…

In Settembre od ottobre del 1998, una visita ad una fiera di astronomia nei pressi di Milano ho conosciuto G., titolare di un negozio di astronomia a Modena che mi ha dato il suo biglietto e qualche tempo dopo, passando di là per lavoro andai a trovarlo: Lui si ricordò di me e mi disse che aveva proprio lì in negozio un set di specchio primario da 8” (203mm) e sostegni di un vecchio telescopio Meade che dava via a sole 500.000 lire (250 Euro oggi). Se volevo lui poteva ordinare il secondario alla Meade nel giro di qualche settimana…

A fine Novembre del 1998 L. si ammalò gravemente e pensammo che forse era la fine di tutto.

Non è stato così, ma abbiamo visto come tutto quello che ci sembra solido e stabile ed eterno è invece labile, vaporoso e passeggero. Anni dopo ho avuto l’onore di sentire dal grande John Dobson in persona che nessuna cosa in questo universo è per sempre (“there is no permanent habitat in this universe”).

Così a bufera passata, nel Febbraio 1999 ho telefonato all’amico G. di Modena e ho ordinato il secondario che avrei ritirato assieme agli altri pezzi.

Ero sulla via della costruzione del mio primo grande telescopio Dobsoniano!

Con gli specchi in mano, letteralmente, tenuti come bimbi in fasce, messi in sicurezza al “polo dell’inaccessibilità” (ovvero, lontano dalle piccole manine distruttrici dei bambini) mi sono procurato un tubo di cartone e dopo pochi tentativi ho trovato lo stabilimento che li produceva grezzi vicino a Monza e per 50.000 Lire ho acquistato la misura minore, 3 metri, che il gestore mi ha gentilmente segato in due spezzoni da 1,5m sennò non ci stavano in macchina!

Il cuore mi batteva forte e le mani tremavano dall’emozione.

Ho fatto il progettino, basato sul libro di Kriege & Berry, e per 90.000 Lire pagate ad un falegname (che si starà chiedendo ancora oggi a che servivano quei pezzi) ho avuto in cambio i pezzi di laminato in legno già segati nelle misure da me richieste.

Forse avrò speso altre 90.000 Lire al negozio del fai da te per attrezzi, viti ed altri materiali per la costruzione (vernici comprese).

Mettiamoci gli specchi (usati) e i loro supporti ed arriviamo ad un totale di circa 720.000 Lire (360 Euro) più alcuni fine settimana di lavoro (tanto pioveva sempre in quel Febbraio/Marzo 1999). Non era costato poi così tanto…

E poi che immagini! Per la prima volta vedevo bene e grande!
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”Il Grande Telescopio” e il suo costruttore
Mi sono reso conto che avevo bisogno di un cercatore migliore, di oculari migliori e sicuramente di un atlante celeste migliore, dato che con il mio nuovo telescopio vedevo stelle che non erano nelle cartine da me possedute!

Questi accessori vennero con il tempo e a fine 2000 ero pienamente e correttamente attrezzato.

Mancava un nome per il telescopio. Nome di una Stella? Nome di una Costellazione? No troppo scontato, volevo un nome diverso e originale. In primis mi venne “L’Occhio di Ra” basato sulla canzone dei Alan Parsons “Eye in the Sky”. Ma non mi piaceva e poi il Ra del filma “Stargate” era un alieno cattivo, decisi che non era proprio un nome fortunato.

Poi mi vennero in mente i Police e ho subito beccato la canzone, di uno dei miei dischi preferiti, “Ghost in the Machine” (Deus ex Machina?), così era stato battezzato “Secret Journey”, il viaggio segreto, segreto perché era venuto da dentro di me (l’idea, le soluzioni, il concetto) e viaggio perché era parte di un lungo viaggio (la vita è un viaggio con biglietto di sola andata).

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I miei cari

You will see light in the darkness                Vedrai la luce nell’oscurità
You will make some sense of this                E ci farai un senso
And when you've made your secret journey            E quando avrai fatto il tuo viaggio segreto
You will find this love you miss                    Troverai l’amore che manchi

Saluti da –25°
 

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