A testa in giù
Scritto da Paulo H. Tsingos   
Quando la Croce non c’è più
In giro attorno al circolo antartico


Tra le varie “leggende metropolitane” che riguardano l’astronomia, a Sud quella più ricorrente fra coloro che ignorano i “misteri” del cielo è la credenza che la Croce del Sud sia sempre ferma là in alto, come la croce del Golgota, puntando precisamente a sud.

Non tanto tempo fa, Zio M e Zia S che dal Brasile erano andati per vacanze in Australia nel mese di Settembre (primavera del sud) e non vedendo la Croce (ovviamente la cercavano alta e dritta nel cielo puntando verso sud), mi hanno telefonato (e qui era ancora molto presto al mattino) per chiedere come mai…

Come mai?

Si dà il fatto che nei mesi della primavera e dell’estate australe (da Settembre a Marzo) la Croce del Sud non è visibile alta nel cielo, si trova di regola in prima serata bassa a ovest (primavera) piuttosto (ormai l’ho imparata questa maledetta espressione) prima dell’alba ad est (estate). Là come qua (a nord) i giorni dell’estate sono lunghi e le notti sono corte, in modo che per le latitudini basse la Crux si trova sempre bassa o addirittura sotto l’orizzonte nelle ore buie e nelle alte latitudini (Nuova Zelanda, Tasmania, Tierra del Fuego) si vede bassa in posizione inclinata o addirittura capovolta (“culminazione inferiore” è il termine tecnico).

Quindi chi non lo sa, la cerca là in alto e non vede nulla che ricordi la figura, invece si trova a vedere altre costellazioni australi poco conosciute addirittura agli astrofili.

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L’amministrazione pubblica del Paranà, per differenziarsi dal dilagare di croci del sud verticali negli stemmi e bandiere ha scelto una “Croce Ascendente” come stemma per segnalare le proprie realizzazioni, così come il dipartimento Cileno di Magallanes e in minor grado quello Argentino di Tierra del Fuego

A peggiorare le cose esistono anche la cosiddetta “Falsa Croce”, un asterismo composto da due stelle della Carina: Avior e Aspidiske (e e i Carinae) e due della Vela: d e k Velorum, oltre alla cosiddetta “Croce di Diamante”, formata da tre stelle della “Falsa Croce” (Avior, d e k Velorum), più Miaplacidus (b Carinae). E siamo a quota tre croci, come sul monte Calvario.

Ed è Calvario per molti abitanti delle latitudini medio basse (diciamo quelle del Brasile, ovvero fra -30° e +5°) dove le varie croci si susseguono e riescono a confondere ancor di più le idee a color che sono a digiuno di astronomia. Però quando mi capitò di andare in Australia, la prima sera a Melbourne (-38°), ad Aprile, chiesi al mio amico Joe V. se sapeva indicarmi a Centauri e la croce del sud (era alta nel cielo allora) e lui me le indicò precisamente!

Comunque sia la “Falsa Croce” punta a sud-ovest, mentre la “Croce di Diamante” punta a sud-est e solo la “Vera Croce” punta a Sud.

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Tre croci e un dilemma, in questa vista a largo campo abbiamo in azzurro, in culminazione, la Croce del Sud, in verde la “Falsa Croce” e in rosa la “Croce di Diamante”, i cerchi indicano a Centauri (rosso), b Centauri (blu), w Centauri (azzurro) e le “Pleiadi del Sud” (giallo)

Nella loro smania di “depaganizzare” il mondo (le terre e i cieli) si deve ai Portoghesi la definizione di quella che oggi è la Croce del Sud. Loro che nel 1500 per primi (?) arrivarono in quello che oggi sono le coste del Brasile (il punto di domanda è d’obbligo dato che oggi abbiamo le prove documentali che circa attorno all’anno 1000 a.C., almeno una volta dei fenici (il popolo, non gli uccelli) si sono arenati sul litorale di quello che oggi chiamiamo Rio de Janeiro, deviati nel fare il “Periplo dell’Africa” e successivamente vi approdarono i Cinesi con la flotta dell’ammiraglio Hong Bao, la quale esplorò tutto l’atlantico meridionale nel 1421-1423 d.C., però nessuno di loro non ha mai “pubblicizzato” queste scoperte…).

Quindi è stato un continuo battezzare i luoghi con i loro consueti lunghissimi nomi che mischiavano il sacro e il profano come per esempio:



“São Sebastião do Rio de Janeiro” (San Sebastiano del Fiume di Gennaio, perché la baia di Rio, confusa con un fiume, fu scoperta il Primo Gennaio)

Oppure


“São Paulo dos Campos de Piratininga” (San Paolo dei Campi di Piratininga perché in quel posto abitava una tribù il cui capo si chiamava Piratininga)

Oppure ancora


“Nossa Senhora da Luz dos Pinhais de Curitiba” (Nostra Signora della Luce delle Pinete di Curitiba, e qui è buffo perchè l’espressione “Cury-Tiba” nella lingua degli indios Jê e Tupi-Guarani che abitavano il posto significa già “Molti Pini“! Pinete dei Molti Pini? Se non ha molti pini che pineta è? Huahuahua!)

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 Eccola qui a sinistra la “Pineta di Molti Pini” e un basso rilievo in bronzo della sua fondazione all’opera dello scultore paranaense João Turin (di chiare origini venete)

 Il Brasile stesso non è stato da meno, il primo nome del territorio (allora lo credevano un’isola) fu “Ilha (si legge “iglia”) de Vera Cruz” (Isola di Vera Croce), poi visto l’errore la landa fu ribattezzata “Terra de Santa Cruz” (non penso sia necessario tradurre questo). Tempi dopo accortisi che in quelle terre (e solo là) esisteva in abbondanza un albero dalla corteccia rossa come la brace (in portoghese di allora detto “pau brasil”), pregiatissimo per la possibilità di estrarre da questo l’ambito colorante rosso, il nome del possedimento diventò in seguito “Terra de Santa Cruz do Pau Brasil”.

Salvo poi arrivare i primi brasiliani moderni “importati” dal Portogallo (come secoli dopo avrebbero fatto gli Inglesi con l’Australia, anche i portoghesi usavano il Brasile come “pattumiera sociale” spedendovi avanzi di galera e “donne di vita facile”) i quali non avendo particolari timori reverenziali in modo molto pratico chiamarono i posti semplicemente Rio de Janeiro (via i Santi), São Paulo (via i campi di Piratininga), Curitiba (via tutto il resto così non si fanno figuracce, Pineta dei Molti Pini, mi viene da ridere ancora…) e poi finalmente “Brasil” (rigorosamente con la “s” con suono di “z” e la “l” che è quasi una “u”).

Ma ritornando attorno al nostro polo (quello sud), quando la croce non c’è, vediamo una zona circumpolare lontana dalla Via lattea, apparentemente povera di stelle, ma che ad uno sguardo attento (soprattutto in cieli non inquinati) ci mostra le due “succursali” della Via Lattea stessa, le nostre galassie satelliti più brillanti, le irregolari Nubecola Major e Nubecola Minor, avvistate già attorno all’anno 600 dagli astronomi arabi e da Amerigo Vespucci nel 1501, ma solo identificate con precisione da Antonio Pigafetta, in forza all’equipaggio della spedizione di Fernão de Magalhães (conosciuto in Italia come Magellano, Vi risparmio la pronuncia originale, tanto non ci riesce nessuno), ammiraglio portoghese che nel 1521-1522, per conto della Spagna, fu il primo a provare di circumnavigare la terra.

Bisogna dire che costui non ci riuscì a fare il giro del mondo perché non è mai più tornato da un invito a pranzo da parte dei simpatici indios che abitavano le Filippine o le Molucche, comunque giù da quelle parti (il pranzo era lui). Il suo secondo, lo spagnolo Elcano (lontano parente degli Elkann?) portò comunque a termine il viaggio.

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Le nubi di Magellano alla culminazione, in basso a sinistra la “Falsa Croce” i cerchi indicano, quello rosso Canopus (a Carinae), la seconda stella più brillante del cielo e quello azzurro Achernar (a Eridani).

 Le nubi di Magellano ci riservano tesori fantastici, fra le tante, la Grande Nube contiene in sé una nebulosa all’inizio confusa e catalogata come una stella, 30 Doradus, ma rivelatasi l’enorme nebulosa Tarantola! La composizione di 30 Dor è simile alla più conosciuta nebulosa di Orione (M42), ovvero una sorta di maternità di stelle che fanno brillare di luce rossa i gas circostanti. Il nome “tarantola” deriva dalla vaga somiglianza (al telescopio) della nuvola principale ad un grosso ragno. Peccato che la Grande Nube di Magellano (con la nebulosa tarantola) sia a 300.000 anni luce di distanza, fosse vicina come M42 (circa 1700 a.l.) 30 Doradus sarebbe grande 60 volte (60 VOLTE!) la Luna piena!!!!

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 La GNM, a sinistra in basso la “Tarantola”

 Accanto alla piccola nube invece troviamo un’altra condensazione anch’essa per secoli considerata una stella e catalogata come 47 Tucanae (la 47° stella del Tucano), poi si scoprì che era invece un’enorme ammasso globulare.

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 La PNM, a destra 47 Tucanae

 Per quanto riguarda gli ammassi globulari, sono condensazioni di stelle in forma sferica (da qua il nome) molto ravvicinate fra loro, che sembrano grossi palloni brillanti quando viste da notevoli distanze (migliaia di anni luce). Nella classifica degli ammassi globulari, l’emisfero sud la fa da padrona dato che il più grande in assoluto, talmente grande da far pensare che sia addirittura il nucleo di una galassia “fagocitata” dalla nostra è  Centauri, anche lui considerato erroneamente per molto tempo come una stella.
Per i più curiosi ecco un’elenco dei “top 5” per dimensione (tutti nell’emisfero sud), si fa notare che il diametro della Luna piena è pari a circa 30’:

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La Luna piena vista dall’emisfero sud e, nella stessa scala, 47 Tucanae 

 

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Dimensioni paragonate fra w Centauri e il “grande” ammasso di Hercules (M13), sempre nella stessa scala della figura di prima 

 Per completezza dell’informazione, il “grande” (sic!) ammasso di Ercole (Hercules Cluster) o M13, il più grosso dell’emisfero nord, è al settimo posto (dopo M5 in Serpens Caput) con 5,9 di magnitudine e 16,6’ di diametro. Come direbbe Eleanor Roosevelt: Poor Niagara!
Quando la croce non c’è, possiamo anche vedere la foce del grande fiume Eridanus, il quale secondo alcuni rappresenterebbe il fiume Nilo degli antichi Egizi, secondo altri il Padus Eridanus (Po) dei Romani. Comunque sia, Eridanus sorge accanto a Orion, vicino all’equatore celeste presso la stella chiamata Cursa o  Eridani (“La Sorgente”), serpeggia per il cielo, passando da Zaurak o  Eridani (“Barca”), seguita da  Eridani (“Rana”) e da  Eridani. Su  Eri, volle la fantascienza ubicare il pianeta Vulcano (quello di Spock) e lì fu diretta l’antenna di Green Bank quando del ormai lontano “Progetto Ozma” (1960), per la ricerca di segnali di vita extraterrestre (per ora negativi), anche se recentemente attorno proprio ad  Eri sono stati scoperti dei pianeti. Che Spock esista davvero?

Seguitando un paio di anse più in basso il grande fiume “incontra la Luna”, e qui vediamo la stella Acamar (“La luna riflessa nelle acque del fiume”, che invidiabile potere di sintesi avevano gli antichi!), una volta identificata con la foce. Dopo la mappataura dei cieli del sud questa fu poi spostata a -60° sulla bella e luminosa Achernar,  Eridani (“La Foce” appunto del fiume) facendo così che la costellazione di Eridanus, anche se non è quella più grande, è comunque quella che ha la maggiore ampiezza nord-sud.

I fiumi come si sa sfociano nei mari, e nel grande mare del cielo non è diverso, ivi nuotano allegramente a nord i 2 pesci (Pisces) e il delfino (Delfinus). Nelle calde acque dell’equatore celeste troviamo, il capricorno (Capricornus, la capra del mare), la balena (Cetus), nonché colui che la leggenda vuole abbia portato l’acqua sulla terra creando gli oceani, aquario (Aquarius), più giù il pesce australe (Piscis Austrinus) con la sua brillante bocca bianca Fomalhaut.

Infine negli acquitrini celesti del profondo sud, vicino alla foce dell’Eridanus sguazzano la Gru (Grus, ci vediamo al prossimo capitolo) e l’Idra Maschio (Hydrus), piccolo serpentello di mare che fa da contrappunto all’enorme Idra Femmina (Hydra), ad esso opposta nel cielo. Al confine fra Hydrus e Tucana troviamo quindi la Piccola Nube di Magellano e il grande ammasso 47 Tucanae.

Leggermente spostato verso quasi sotto la poppa della nave Argo (Puppis, la poppa, Carina, la carena e Vela, la vela, nonché Pyxis, la bussola furono smembrate dall’antica “costellazzionciona” Argo Navis, non poteva mancare una nave nel mare), troviamo il quarto pesce del cielo, Dorado, unica costellazione che non ha un nome latino, ma spagnolo, riferito al dorado, “el tigre del Paranà”, ovvero un grosso pesce di fiume dal colore dorato (aha!) presente nei fiumi del sudamerica (sicuramente nel Paranà) molto difficile da pescare (da qui l’appellativo “el tigre”).

Tornando un attimo nella fantascienza, fra Achernar e la Grande Nube di Magellano, appena accanto a Dorado si trova la debolissima costellazione del Reticulum, ovvero la piccola rete, probabilmente per acchiappare in volo il quinto pesce, quello volante, Volans, appena oltre Dorado. Reticulum è costituita da una serie di stelle apparentemente vicine una all’altra, un po’ come una Coma Berenicis del Sud. In un angolo, verso Achernar, si (intra) vede in questa debole (ripeto debole) costellazione la stella doppia 1 e 2 Reticoli. Era da un pianeta in orbita attorno a 2 Ret che arrivava il segnale che fece deviare l’astronave Nostromo che poi (malgrado il suo equipaggio) dalì si portò nella stiva Alien, l’ottavo passeggero.

Su questi freddi e (apparentemente) poco spettacolari cieli del sud chiudiamo su Mensa, la costellazione che sta sotto la Grande Nube. Una traduzione letterale ci dice che questa è la costellazione del tavolo, niente di più sbagliato.
Quando l’astronomo francese Laccaille fece la prima mappatura sistematica del cielo australe, lo fece dal Sudafrica, più precisamente da Città del Capo, la quale si trova in una baia guardando a sud avendo a nord una montagna dalla cima piatta detta Table Mountain, ovvero Monte Tavola. Sopra la cima piatta di Table Mountain sovente si trovano banchi di nebbia che i locali opportunamente chiamano “tablecloth”, ovvero “la tovaglia del tavolo”.
Laccaille prese la palla al balzo e volendo omaggiare la città da cui faceva le sue osservazioni creò la costellazione di Mons Mensa (Monte Tavola appunto) sovrastata dal “banco di nebbia” della Grande Nube di Magellano.
Così la costellazione, oggi chiamata solo Mensa è l’unica assieme al grande fiume Eridanus a richiamare località geografiche terrestri!

Saluti da –25°

 

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